sabato 27 gennaio 2007

Spogliati di Tutto!

Spogliati di Tutto!

sabato, 27 gennaio 2007 15:27
  

Quando la filosofia supera se stessa..per fondersi nell'Essere.
Nell'ambito dei discorsi sulla Filosofia, sul suo ruolo e i suoi limiti, tra i commenti al post Vita..? Fuori di Mente!

Vi lascio un po' della mia Tesi sull'Ineffabilità di Dio in Plotino.
Grazie in anticipo a chi ha la pazienza di leggerlo tutto!! E' lunghino ma vi assicuro che ne vale la pena.

Risulta evidente, a questo punto, che nell’ascesa all’Uno, Plotino pone spesso l’accento sul distacco dal corporeo e dal materiale (considerato come privazione del bene) come fine precipuo da raggiungere, del resto la libertà in sè risiede nell’immateriale . La novità del filosofo però, rispetto alla tradizione greca classica, consiste nell’aver prospettato la possibilità di realizzare tale distacco e di realizzare pienamente l’Unione con l’Uno, già in questa vita,mediante l’unificazione mistico- estatica con l’Assoluto.Anche in questa vita, l’uomo può attingere la scintilla divina, ma distaccandosi interamente, con il Nous, da tutto ciò che è materiale; e ciò gli è reso possibile dalla presenza in sé dell’anima incorporea, che aspira continuamente a unirsi col Divino incorporeo.  L’anima razionale dell’uomo, infatti, possiede la virtù contemplativa e tende, quindi, volgendosi verso l’alto, a ricongiungersi al Principio da cui, per il processo di “discesa (emanazione), deriva . Risulta evidente che nella contemplazione è l’anima razionale che agisce, volgendosi agli oggetti per coglierne l’aspetto intelligibile, mentre la parte inferiore dell’anima, quella sensibile, considera appunto tale aspetto corporeo degli oggetti . Ma questo atto, afferma Plotino, è un subitaneo atto d’intuizione, che esclude il ragionamento discorsivo, la dimostrazione come passaggio da concetto a concetto: “Che cosa impedisce che anche l’anima diventi l’intuizione subitanea di cose intuite tutte insieme?”. Questo riportare la contemplazione all’intuizione lega strettamente la contemplazione stessa alla dialettica, che ci porta ad accostarci alla Mente, primo determinarsi dell’Assoluto Ineffabile, l’Uno . Infatti, secondo Plotino e a differenza di Platone, la nostra mente partecipa dell’intelligibile non già per aver contemplato in una vita anteriore le essenze ideali, modelli del sensibile, ma perché essa stessa è un momento particolare della Mente, che attinge dal Principio la vita e la riversa nel mondo degradante del reale . La compiuta fusione tra l’Uno e Dio, ovvero con l’Uno come totalità dell’essere, si attua con l’estasi, che si pone al di sopra di ogni conoscenza riflessa, perfetta fusione spirituale col Principio del tutto. Estasi significa letteralmente “uscire da se stessi” e ciò in realtà rappresenta il superamento di ogni dualità discorsiva, l’identificarsi dell’anima con l’aspetto della sua contemplazione, la sua unione col Bene ineffabile, il suo abbandono ad esso .
Chi è rapito dall’estasi (Porfirio narra che Plotino sperimentò l’estasi quattro volte nella vita ) si trova unito con Dio, in uno stato di calma prodigiosa:
“quasi rapito o ispirato, è entrato silenziosamente nella solitudine e in uno stato che non conosce turbamenti, e non si allontana più dall’ essere di Lui, né più si aggira intorno a se stesso, essendo ormai assolutamente fermo, identico alla stessa immobilità” .
Il brano citato è tratto dall’ultima delle Enneadi e può considerarsi come quello che compie il pensiero di Plotino e nello stesso tempo ne delinea l’aspetto essenziale. Esso rappresenta il più compiuto sistema di misticismo del mondo greco, certamente uno dei più importanti edifici metafisici di ogni tempo. Ciò che conviene sottolineare è che questo misticismo non deriva da un ingenuo abbandono sentimentale o da una morbosa riluttanza all’esercizio della ragione; tutt’altro: il misticismo di Plotino si innesta nel tronco della grande produzione razionalistica e intellettualistica greca, la rivive alla luce delle esigenze nuove accennate nei capitoli introduttivi e la proietta nella storia come punto di riferimento imprescindibile .
Non è quindi rinuncia allo sforzo e al lavorio della ragione, ma rappresenta piuttosto la tendenza di questa ad indagare fino ai limiti del penetrabile, anche se, giunta ad essi, deve concludere ed ammettere la sua insufficienza . Osserva la Isnardi Parente:“Dal Simposio Plotino riprende, per applicarla al momento estatico, l’espressione “intuire in un attimo”, “vedere d’improvviso”…ma il vedere, l’intuire di Platone è sempre un vedere intelligibile, è l’intuizione di una forma. Per Plotino occorre arrivare al di là dell’essere e del pensiero, alla solitudine totale dell’assolutamente semplice. Occorre arrivare al silenzio, là ove pensiero e discorso cessano, perché sono superate ragione e forma. ”
E, ancora, il Geymonat:
“Il significato mistico di questo processo è evidente. Esso dà a tutta la filosofia di Plotino un tono di elevata religiosità.Finisce però coll’abbassare la filosofia stessa, col porre al di sopra di essa qualcosa che non è pura razionalità, ma amore, dedizione di sé, rapimento in Dio” .
Il merito storico di Plotino è quello di esser riuscito a far penetrare nella concezione del mondo, al di fuori di ogni rivelazione di una religione positiva, il concetto di Provvidenza, che si esprime come la necessità con cui si svolge il bene, con cui l’Uno si emana; principio benefico, dunque, che permea il tutto e il tutto attira costantemente a sé. 
(...)
Nell’Enneade V-17, Plotino esclama: “Spogliati di tutto!”, perché l’Anima possa raggiungere finalmente il suo scopo, cioè 
“toccare quella luce e contemplarla mediante quella stessa luce, non con la luce di un altro, ma con quella stessa con la quale essa vede. Poiché la luce, dalla quale è illuminata, è la luce che essa deve contemplare. Nemmeno il sole si vede mediante una luce diversa”. 
Questo, a mio avviso, meraviglioso passaggio, è diventato, così come nota il Beierwaltes, un elemento peculiare della mistica medievale, verificabile soprattutto nelle parole di Dionigi l’Aeropagita. Nella sua Mystica theologia, il filosofo mette in evidenza che la negazione è “astrazione e toglimento di tutto ciò che è” e costituisce l’accesso alla “luminosissima oscurità divina”, illustrando questo concetto con la metafora plotiniana dello scultore. La stessa metafora ha ispirato anche Meister Eckhart, che scrive: 

“quando un artigiano fa una statua di legno o di pietra, non immette l’immagine nel legno, ma elimina i trucioli che avevano nascosto o coperto l’immagine; egli non aggiunge nulla al legno, ma toglie via e scava ciò che la ricopre ed espelle le scorie fino a che finalmente risplende ciò che sotto vi era nascosto”. 
E’ opportuno sottolineare che, alla base di questa dialettica di negazione, sta non, come si potrebbe credere, la pura indeterminatezza, ma piuttosto la pienezza dell’Essere, che non va confuso con nessun altro, pur possedendo in sé le note positive di ogni essere, ma in modo supremo. Esiste un nuovo metodo per scorgere l’Uno, il metodo mistico, non più fondato sulla mera dialettica umana
Nello stesso modo in cui bisogna che la materia sia priva di ogni qualità per poter ricevere i “semi” di tutte le cose, così e a maggior ragione bisogna che l’anima sia “senza forma”, affinché nulla le impedisca di essere riempita e illuminata dalla natura prima. Se è così, bisogna che l’anima abbandoni tutto quello che è esteriore, rientri in sé e giunga ad ignorare tutto, persino se stessa, quando gode della compagnia dell’Uno. Queste sono le condizioni, che l’anima può rispettare proprio perché possiede in sé la traccia dell’Uno, la somiglianza che l’avvicina ad esso:
“…poiché una parte di noi è prigioniera del corpo, come se uno avesse i piedi nell’acqua e ne fosse fuori col resto della persona, noi ci eleviamo al di sopra del corpo con quella parte dell’anima che non è immersa in esso e allora col nostro centro ci mettiamo in contatto col centro del Tutto…e colà riposiamo”. 
Dopo che l’anima, poi, è stata fecondata da Dio, “è gravida di tutto questo”: bellezza, amore, giustizia e virtùL’Uno-Dio è perciò apertamente comprensibile per chi lo contempla; mentre la capacità umana di esprimerlo resta sempre insufficiente. Tutto ciò, tuttavia, non impedisce che si possa, anzi si debba, filosofare sull’Uno. Chi si stanca ed abbandona la speculazione col pretesto di non essere capace di adoperarla per una simile realtà suprema, dimostrerebbe di non aver compreso che tutto ciò che è esprimibile e formulabile deriva, in ultima analisi, dall’Uno a cui è legato; e da cui, come realtà suprema, il filosofo stesso non può allontanarsi se non vuole perdere di vista l’indagine della verità, anzi, “il filosofo, per natura, è portato a queste ascese”. 
Pertanto, coloro che pensano e parlano dell’Assoluto, assomigliano agli “entusiasti”, a coloro che:

“invasati e inspirati da Dio, arrivano a tal punto da sentire nel loro intimo qualcosa di più grande di loro, pur non sapendo che cosa sia, e da quelle commozioni da cui sono agitati e di cui parlano, traggono una certa conoscenza di Colui che li pervade, pur essendo esse ben diverse da Colui che li agita, così anche noi veniamo a trovarci press’a poco con Lui, allorché la nostra Intelligenza è pura e abbiamo il presentimento che Egli sia l’intima Intelligenza, Colui che dona l’essere e tutte le altre cose dello stesso valore”. 
In tali momenti, utilizzando qualcosa che è in noi, ci rendiamo consapevoli di ciò di cui, in realtà, non siamo davvero consapevoli, di ciò che è nascosto ma è sempre attivo in noi. Ecco perché “l’Uno è in noi”, ma allo stesso tempo “non ci appartiene in modo diretto”. Se l’Uno fosse a nostra disposizione, potremmo conoscerlo ed esprimerlo nella Sua essenza, ma così distruggeremmo la sua assoluta unicità e la sua originaria autosufficienza. D’altra parte, però, se non lo avessimo in modo diverso, ossia indirettamente, non nascerebbe nemmeno in noi la volontà e il desiderio di esprimere l’Uno. Secondo Plotino, la verità è che, inizialmente, l’Uno è attivo in noi in modo oscuro , cioè senza che ne siamo consapevoli. Ma possiamo diventarlo, utilizzando ciò che ancora non abbiamo reso completamente presente a noi, rendendoci conto che proprio questo è un momento essenziale per la nostra autocoscienza,
“sempre siamo intorno a Lui, ma non sempre volgiamo a Lui lo sguardo. Un coro di cantori, pur essendo stretto intorno al corifeo, può voltarsi a guardare al di fuori, ma quando si è nuovamente rivolto a guardare all’interno, allora soltanto canta bene ed è veramente stretto intorno a Lui. Allo stesso modo […] quando volgiamo a Lui (l’Uno) lo sguardo, soltanto allora troviamo in Lui il nostro fine e il nostro riposo e , senza alcun disaccordo, danziamo veramente intorno a Lui una danza ispirata”. 
In questa danza ispirata intorno all’Uno, l’anima contempla la sorgente della vita, la sorgente dell’Intelligenza, il principio dell’essere, la causa del bene, la radice dell’anima. L’essere commossi dal pensiero di Dio, è dunque un presupposto fondamentale per poi “esser rapiti” da Lui, il quale trascende persino questo stesso stato di profondo entusiasmo. 
E’ solo nell’ Uno, dunque, che l’Anima può finalmente riposarsi, lontana dal male, poiché la vita di adesso, la vita senza Dio, è solo un’imitazione dell’altra, è “una traccia di vita”. Il vivere di quaggiù, fra le cose terrene, è caduta, esilio, è “perdita delle ali”, che riacquisiamo solo rivolgendoci verso la nostra fonte di Luce, che è costantemente lì, per noi : “l’Uno, essendo immune da alterità, è sempre presente; noi, invece, siamo presso di Lui soltanto quando non ne abbiamo”. Coloro che si impegnano in questo campo, liberi da ogni intralcio, bisogna che vadano fino all’estremità del luogo in cui possono arrivare ; il viaggio termina quando ci si trova al culmine dell’intelligibile. Qui Plotino, seguendo una formula che attinge da Numenio, afferma:Questa è la vita degli dei e degli uomini divini e beati: distacco dalle restanti cose di quaggiù, vita che non si compiace più delle cose terrene, fuga di solo a Solo”.
img ©2004-2007 ~karaokesalesman

Nessun commento:

Posta un commento