venerdì 10 gennaio 2014

ritrovato amore e immagini antiche


Enso' (cerchio): Simbolo Zen utilizzato per indicare il vuoto (il nulla).
Simboleggia l'illuminazione, la forza, l'universo.


Ieri, recuperando i miei libri di letteratura del liceo, inebriata da quel profumo che ho subito riconosciuto, ho rivissuto quei giorni.. Ho aperto una pagina -non proprio- a caso: "Leopardi", e rileggendo le sue parole, mi sono commossa, mi ci sono ritrovata per l'ennesima volta, forse più di prima ed ho pensato a quanta bellezza e verità ci perdiamo ogni giorno... quanto ci siamo abbrutiti in questo circo di emozioni ed immagini usa e getta, dimenticando il nostro enorme patrimonio d'arte e letteratura, dimenticando noi stessi!
D'altronde lo stesso Leopardi lo affermava, il dramma della nostra condizione è che siamo costretti continuamente ad affacciarci sul nulla, sull'ineluttabile meccanismo genesi/distruzione di ogni cosa..
eppure, la nullità di tutte le cose, pur essendo una verità universale, va superata, affinché possiamo realizzare qualcosa in questo mondo, affinché il mondo stesso vada avanti..
Rileggendo e riscoprendolo, mi sono sentita così vicina al suo smarrimento e al suo dolore, ho visto le sue immagini, ho vissuto le sue sensazioni e pensato proprio queste parole.. così mi ha ricondotta a sè e me stessa, come alla chiusura di un cerchio..infinito nel suo ruotare.


Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prender la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere, né muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato dalla vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione. [...]

-G. Leopardi, lettera a Pietro Giordani 1819-

… Sto anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale era certo di ritornare subito dopo, com'è seguito, m'agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo, delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi faceano così beato non ostante i miei travagli. Ora sono stecchito e inaridito come una canna secca, e nessuna passione trova più l'entrata di questa povera anima, e la stessa onnipotenza eterna e sovrana dell'amore è annullata a rispetto mio nell'età in cui mi trovo. Intanto io ti fo questi racconti che non farei a verun altro, in quanto mi rendo certo che non gli avrai per romanzeschi, sapendo com'io detesti sopra ogni cosa la maledetta affettazione corruttrice di tutto il bello di questo mondo, e che tu sei la sola persona che mi possa intendere, e perciò non potendo con altri, discorro con te di questi miei sentimenti, che per la prima volta non chiamo vani. Perché questa è la miserabile condizione dell'uomo, e il barbaro insegnamento della ragione, che i piaceri e i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla certezza della nullità delle cose, sia sempre e solamente giusto e vero. E se bene regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento di questa nullità, finirebbe il mondo e giustamente saremmo chiamati pazzi, a ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze sarebbero pazzie, giacché tutto a questo mondo si fa per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla. Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione del vero, quando non c'è altro vero che il nulla, e questo pensiero, ed averlo continuamente nell'animo, come la ragion vorrebbe, ci dee condurre necessariamente e dirittamente a quella disposizione che ho detto, la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e perfetta secondo la ragione.

-G. Leopardi, lettera al Giordani del 20 marzo 1820 -

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