Cristo, crocifisso sul Golgota, centro dell’Umanità, stabilisce un asse tra l’origine dell’umanità e il momento in cui questa arriverà ad aprirsi al suo stato di coscienza più elevato. Tramite la crocifissione, un essere umano (il Cristo lo è, si è incarnato) giungerà al più alto livello di coscienza di tutti i tempi. L’unica presa di coscienza paragonabile sarà quando tutti gli esseri umani si risveglieranno ala coscienza collettiva e quando lo Spirito Santo soffierà attraverso ognuno di noi. Un giorno dovremo arrivare sul Golgota e lanciare lo stesso grido di Cristo. Vale a dire che un giorno, per nostra volontà, dovremo superare tutto il nostro passato e crocifiggere il nostro io, che conosciamo così bene. È necessario fare dono della nostra vecchia personalità e , con una volontà assoluta, lanciare un grido e morire dentro per trasformarci in esseri cosmici ed eterni.
In questo grido della coscienza, la sofferenza non ha posto.
Marco, 15,23 : …e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.
Il vino mischiato con la mirra era una bevanda soporifera. Perciò, prima d’inchiodarlo sulla croce, volevano dargli un sedativo per mitigare il dolore, ma egli lo respinse, e non perché la bevanda fosse sgradevole, ma perché non voleva essere anestetizzato; voleva darsi in piena coscienza a quell’atto volontario e necessario per tutta l’umanità.
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cucitura, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
Le vesti di Gesù sono divisibili per quattro: come le stagioni, i punti cardinale, gli assi dei Tarocchi..perfino i segni dello zodiaco sono divisibili per quattro. Le vesti esteriori possono essere divise in quattro parti, mentre la tunica interiore è cucita in un pezzo unico. Questa tunica indica che l’essere essenziale di Cristo è tessuto tutto d’un pezzo, cioè dalle sue profondità, dal suo contatto con la divinità. Indossando questa veste, Cristo portava in sé l’amore e il riconoscimento totale di se stesso. Il nostro spirito, come gli indumenti di Cristo, è composto di quattro parti: l’intelletto, la parte emotiva, quella sessuale, e quella corporale. Deve possedere anche la quinta essenza intessuta in un pezzo unico. In qualche luogo dentro di noi dobbiamo trovare quella parte in(di)visibile che è la nostra scintilla di divinità. È questa parte che deve rivestire il nostro spirito. Nessuno può dividerla dall’esterno. Quella veste non ha proprietario ( i soldati se la giocano a sorte) . quando prendiamo coscienza di questo fatto, ci rendiamo conto che esiste in noi un’unità che nessuno può possedere né dividere.
Cristo muore come un Maestro. Non subisce il martirio di caricarsi la croce sulle spalle e non muore nell’angoscia e nel dolore. Dona la sua vita in piena coscienza perché così vuole. Muore come un guerriero, come un essere trionfante. E’ un leone, che offre la sua vita per impartire una lezione al mondo. È davvero il dono di sé in piena coscienza, e non si tratta di una vittima sofferente.
Le interpretazioni erronee del testo sacro non smettono mai di ricordarci che è necessario soffrire e caricarsi la propria croce sulle spalle come il Cristo crocifisso. Abbiamo sofferto per intere generazioni per questo motivo, ed esse continuano ancora a predicare il sacrificio ed il senso di colpa. Queste interpretazioni erronee si basano su affermazioni come quella che si trova in Luca 9,23, dove Cristo dice:
“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
Ma qual è il profondo significato delle sue parole?
“Se qualcuno vuol venire dietro a me” allude a colui che vuole darsi al suo essere essenziale;
“rinneghi se stesso” significa che deve smettere d’identificarsi col suo Ego, il suo essere individuale;
“prenda la sua croce ogni giorno” vuol dire che deve vivere nel presente, il punto dove il tempo incontra lo spazio, l’ora, il qui;
“e mi segua” è un invito a darsi alla gioia di vivere.
Cristo e la gioia di vivere sono infatti la stessa cosa.
(liberamente tratto da “I vangeli per guarire” di A.Jodorowsky)